Riccardo Ginevra
Università Cattolica del Sacro Cuore
Chi l’avrebbe mai detto, a noi antichiste e antichisti, che nel 2026 avremmo visto così tanta gente interessarsi alla rielaborazione di una storia mitologica fissata più di duemila anni fa? È una bellissima notizia per chi ama e studia l’Odissea, e sembra proprio un’ottima occasione per parlare un po’ non tanto della sua ultimissima rielaborazione ad opera del regista Christopher Nolan – immagino non ne potrete più –, ma piuttosto della sua primissima fissazione, in altre parole: come è nata l’Odissea, e come la sua lingua particolare abbia costituito la chiave di decifrazione di questo enigma.
Partiamo dal fatto che la lingua dell’Odissea, il cosiddetto greco omerico, non è il greco antico a cui siamo, per così dire, “abituati”. I tanti grecismi in italiano, come la parola democrazia o i due elementi della parola xeno-fobia (il composto nel suo insieme in realtà è una creazione abbastanza recente), sono solitamente da rintracciare nel greco di cui si studia principalmente la grammatica al liceo classico, ovvero il cosiddetto greco attico che si usava ad Atene (nella regione dell’Attica, appunto) tra quinto e quarto secolo avanti Cristo. Se i grecismi in italiano venissero da Omero, oggi diremmo xeino– o, meglio ancora, xino-fobia: questo perché in greco omerico ‘straniero’ non si diceva ksénos, come in attico (da cui it. xeno-), ma kseînos, come in un dialetto del greco antico strettamente imparentato con l’attico ma anche abbastanza diverso, il dialetto ionico parlato (ad esempio) in Eubea e in alcune colonie dell’Asia minore. La lingua di Omero è sostanzialmente una varietà di greco ionico, eppure vi si trovano continuamente elementi sia grammaticali che lessicali tratti da altri dialetti del greco antico, in particolare del dialetto eolico, quello parlato (ad esempio) in altre colonie dell’Asia minore. Com’è possibile, o in altre parole: da dove veniva e che greco parlava Omero?
È una domanda che ci si poneva già nell’antichità, parte della cosiddetta “questione omerica”, e le risposte variavano spesso anche per motivazioni non particolarmente filologiche, come il desiderio di alcune comunità di accreditarsi come il prestigioso luogo di nascita del grande autore di Iliade e Odissea. Gradualmente, nel corso degli ultimi due secoli, si è giunti, prima di tutto, alla conclusione che il greco omerico dell’Iliade e quello dell’Odissea sono troppo diversi tra loro perché queste due opere appartengano a uno stesso autore – con il greco dell’Odissea che da tanti punti di vista sembra decisamente più recente di quello dell’Iliade: ci saranno stati almeno due Omeri, quindi. Ma soprattutto, abbiamo capito che l’estrema varietà e complessità interna dei singoli poemi omerici, sia sul piano dei contenuti che sul piano della lingua, non si può spiegare bene con l’esperienza di vita o la provenienza geografica di un solo grande scrittore – e nemmeno di due –, ma soltanto vedendola come il prodotto ultimo di una lunghissima tradizione composta da tantissimi cantori orali, ovvero di poeti che componevano e tramandavano le proprie opere unicamente a voce.
Sebbene le prime intuizioni in questo senso risalgano a molto tempo prima (quantomeno ai Prolegomena ad Homerum di Friedrich August Wolf del 1795), fu negli anni ’30 del Novecento che l’omerista Milman Parry e il suo allievo Albert Lord capirono finalmente come erano nate Iliade e Odissea, e lo fecero studiando sul campo la tecnica dei cantori orali della tradizione jugoslava e confrontando i loro dati con la lingua di Omero. Detto molto brevemente: in un certo senso l’Odissea è il frutto di un’improvvisazione (anche se “improvvisato” oggi ci fa pensare a qualcosa che è stato compiuto maldestramente). Parry e Lord scoprirono infatti che i cantori jugoslavi loro contemporanei, proprio come i cantori della Grecia antica tremila anni prima, avevano imparato, tramite un addestramento che durava anni e anni, non solo a memorizzare tanti versi, ma soprattutto a comporne di nuovi al momento, il tutto mentre cantavano e senza fermarsi mai.
Come ci riuscivano? Ci riuscivano perché avevano interiorizzato tanti mattoncini più piccoli che erano in grado di riutilizzare costantemente: sono particolarmente famose le cosiddette “formule” omeriche, cioè combinazioni fisse di parole come “Odisseo dai molti consigli” (polúmētis Odusseús), usata per riferirsi a Odisseo a prescindere dal contesto (anche quando l’eroe non ha proprio niente da consigliare), oppure l’invocazione “o Zeus padre” (Zeû páter), che si trova ogni volta che un personaggio si rivolge al dio supremo Zeus (usata persino da sua moglie Era). Ma oltre alle brevi formule (che in realtà potevano consistere anche di versi interi), un cantore interiorizzava anche intere scene prefabbricate, le cosiddette “scene tipiche”: ad esempio, ogni volta che un visitatore omerico arriva presso una casa si fanno le seguenti cose, e sempre nello stesso, identico ordine: l’ospite aspetta alla soglia, qualcuno lo vede, gli va incontro, lo prende per mano, lo porta dentro casa, gli dà una sedia, gli offre ospitalità, e poi parlano. E, infine, i cantori riusavano ovviamente anche ampie strutture narrative più o meno fisse, come le trame delle saghe eroiche (ad esempio, la guerra di Troia) e dei miti tradizionali (come l’ascesa al trono celeste di Zeus): pur avendo anche un certo grado di libertà, un cantore le doveva necessariamente seguire attentamente, perché la gente ci teneva a riconoscere nel canto quegli elementi narrativi che la aiutavano a orientarsi, elementi che spesso il pubblico aveva anche imparato ad amare. Ad esempio, possiamo immaginare che il trucco di Odisseo che dice al ciclope Polifemo di chiamarsi Nessuno fosse un punto forte che piaceva molto al pubblico dei cantori, trattandosi di un bellissimo espediente narrativo che infatti ha paralleli in vari racconti popolari del mondo – semplicemente perché funziona benissimo.
Sostanzialmente, piuttosto che come un geniale scrittore letterato come Dante, dobbiamo immaginare un cantore jugoslavo degli anni ’30 o un cantore della Grecia antica – chiamiamolo pure Omero – più come un musicista jazz. Nel corso di tanti anni, studiando e ascoltando altri musicisti, un jazzista impara a comporre al momento brani anche molto complessi usando una serie di elementi musicali più piccoli, come le scale e i motivi, e lo fa senza doverci pensare più di tanto. Proprio come i cantori omerici sostenevano di essere invasi dall’ispirazione delle Muse, un fenomeno che, come ha notato di recente la linguista e omerista Chiara Bozzone in un importante libro su Omero, è infatti simile a quello che i jazzisti chiamano “flow”, e che i neurologi ritengono essere uno stato di alterazione di coscienza simile alla trance che aumenta la creatività.
In breve, dobbiamo immaginare che poemi come l’Odissea e l’Iliade venissero ricomposti e rielaborati profondamente ogni volta che venivano ricantati: anche se i cantori usavano sempre la stessa trama, gli stessi personaggi, le stesse formule, e a volte anche interi versi, nessun cantore cantava mai la stessa identica Odissea due volte, proprio come ogni performance di un brano jazz è sempre diversa da un’altra. L’Odissea che leggiamo noi oggi non è la versione definitiva, quella a cui un autore di nome Omero (secondo il glottologo Marcello Durante in realtà una parola che originariamente indicava un ‘Raduno’ di cantori) un giorno ha dato l’ok perché venisse data alle stampe: è come una foto istantanea, che ha catturato una specifica performance di uno specifico poeta tra le tante possibili Odissee, anche se sicuramente si trattava di una performance eccezionale, a giudicare dal risultato.
Se vi interessate di linguistica (o semplicemente avete riflettuto molto sul linguaggio), vi sarete resi conto quindi del fatto che, come diceva John Miles Foley, “oral poetry works like language, only more so”: la bravura del cantore omerico stava principalmente nel fare queste cose mentre cantava ininterrottamente seguendo un ritmo complesso (il metro), ma anche noi nella vita di tutti i giorni siamo in grado di improvvisare discorsi anche lunghi e complicati non solo perché nel corso della nostra vita abbiamo interiorizzato tante parole e combinazioni fisse di parole (modi di dire, espressioni idiomatiche, e costruzioni delle parole in generale), ma anche perché usiamo e riusiamo costantemente delle vere e proprie scalette mentali che teniamo presente quando parliamo di certi concetti (come le cosiddette “cornici semantiche” o frame).
E proprio come i sistemi linguistici, passando da una persona all’altra, possono subire fenomeni di interferenza causati dalla diversa provenienza linguistica dell’una o dell’altra persona, così la lingua della poesia epica, che i cantori greci imparavano a cantare esattamente come un bambino impara a parlare, ha subito interferenze dovute alle lingue native dei centinaia di cantori che l’hanno trasmessa nel corso dei secoli. È arrivata così a mescolare caratteristiche di dialetti diversi del greco antico, anche se le ragioni di ciò non sono del tutto chiare: si trattava di un’unica tradizione epica che si è arricchita di influenze da vari dialetti perché nel corso della sua storia quest’arte è migrata da un luogo all’altro della grecità (la cosiddetta “teoria delle fasi”: fase ionica, preceduta da una fase eolica, etc.)? O c’erano semplicemente più tradizioni in dialetti diversi in contatto tra loro (quindi una tradizione ionica di poesia epica accanto a una tradizione eolica, etc.), di cui a noi per puro caso sarebbe giunta soltanto quella ionica, ma solo dopo aver subito influssi anche dalle altre tradizioni? La verità è che non lo sappiamo.
Una cosa è certa però: proprio come le lingue, nell’essere trasmesse da parlante a parlante, non solo subiscono interferenze da altre lingue e si arricchiscono di innovazioni in generale, ma ovviamente mantengono anche elementi più antichi (gli arcaismi), così anche la lingua di Omero è ricca di caratteristiche che sono chiaramente antichissime. Un esempio famoso è la cosiddetta tmesi (dal greco ‘taglio’), il fenomeno per cui in greco omerico un verbo preverbato (come pros-éeipe ‘in direzione di, verso, rivolto a + disse’) può ricorrere anche con il preverbo separato dal verbo principale (ad esempio pros … éeipe), quindi come avverbio indipendente. Sappiamo che caratteristiche del genere sono molto antiche non solo perché spesso non hanno corrispondenze nelle altre varietà del greco antico attestate storicamente – già nel 2° millennio a.C., nel miceneo delle tavolette in lineare B, i preverbi sono ben fissati al verbo –, ma anche perché talvolta trovano corrispondenze nelle altre tradizioni indoeuropee – e infatti la situazione dei preverbi in greco omerico è simile a quella che ricostruiamo per il protoindoeuropeo.
Per capire l’origine del greco di Omero, della sua grammatica, delle sue parole e delle sue formule, dobbiamo quindi non solo cercare di capire come funzionasse la poesia orale in Grecia e altrove, idealmente collegando i dati della filologia alle più recenti scoperte della linguistica contemporanea e delle scienze cognitive, ma anche ripercorrere un filo che di cantore in cantore arriva fino al protoindoeuropeo della steppa pontica tra Ucraina e Russia di più di cinquemila anni fa – ma questa è un’altra storia.
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