Giuliana Fiorentino
Università degli Studi del Molise
C’è una scena che molti riconosceranno, un cane che inclina leggermente la testa, mentre il suo umano gli parla: non è solo un gesto “tenero”, è, con ogni probabilità, un momento di comunicazione. Il cane sta interpretando segnali, tono della voce, direzione dello sguardo; l’essere umano, a sua volta, modula il proprio linguaggio, semplifica, enfatizza, cerca di farsi capire. In quell’istante, due specie diverse stanno costruendo uno spazio comunicativo condiviso. Eppure, per lungo tempo, la linguistica ha guardato a questa scena con sospetto, o con indifferenza. Il linguaggio umano è stato considerato un unicum: un sistema simbolico complesso, caratterizzato da proprietà come la creatività, la ricorsività e la capacità di riferirsi a entità assenti. Tutto ciò che non rientrava in questo modello veniva classificato come “altro”: segnale, istinto, comportamento. Negli ultimi decenni, tuttavia, questo quadro ha iniziato a cambiare. Lo sviluppo dell’etologia cognitiva, delle neuroscienze e della zoosemiotica ha riaperto il dibattito sulla comunicazione animale, mostrando come molte specie siano dotate di sistemi comunicativi articolati e, in alcuni casi, sorprendentemente flessibili (Fiorentino e Scillitani, 2023). Nuovi studi mostrano l’esigenza di riportare al centro dell’attenzione un tema che, almeno nel panorama linguistico italiano, è stato a lungo marginale, proponendo una riflessione che intreccia linguistica, filosofia, etologia, sociologia e diritto.
Una delle questioni più rilevanti nello studio della comunicazione animale riguarda il rapporto tra continuità e discontinuità rispetto al linguaggio umano. La tradizione filosofica occidentale ha spesso insistito sulla separazione: l’uomo come animal loquens, unico essere capace di linguaggio in senso pieno. Questa posizione è stata ripresa e formalizzata anche in ambito linguistico nel ‘900, ad esempio nella teoria generativista di Noam Chomsky, che individua nella sintassi e nella ricorsività il nucleo distintivo del linguaggio umano. In questa prospettiva, la comunicazione animale viene interpretata come un sistema chiuso, legato a stimoli immediati e privo di creatività. Tuttavia, una serie di ricerche empiriche ha progressivamente messo in crisi questa visione. Studi su diverse specie hanno mostrato che gli animali possono utilizzare segnali con valore referenziale (ad esempio, diversi richiami per diversi tipi di predatori), apprendere comportamenti comunicativi per imitazione, trasmettere tali comportamenti culturalmente, mettere in atto forme di comunicazione intenzionale e, in alcuni casi, ingannevole (primati). Inoltre, se si accoglie l’idea che la comunicazione si fonda su una qualche forma di teoria della mente — la capacità di attribuire stati mentali a sé stessi e agli altri — si possono considerare anche altri elementi che suggeriscono che almeno alcune specie animali sono in grado di comprendere le intenzioni altrui, distinguere tra comportamenti comunicativi e non comunicativi, adattare il proprio comportamento in base al contesto sociale. Questi risultati invitano a superare una visione puramente meccanicistica della comunicazione animale, riconoscendone la dimensione intenzionale e relazionale. Quanto detto non significa che gli animali “parlino” come gli esseri umani, ma suggerisce che molte delle proprietà considerate esclusivamente umane siano in realtà distribuite, in forme diverse, lungo un continuum evolutivo.
Il confronto con la comunicazione animale ha avuto un effetto importante anche sul piano teorico: ha costretto la linguistica a interrogarsi su cosa si debba intendere per “linguaggio”. Se si assume una definizione troppo ristretta — centrata esclusivamente sulle lingue verbali — la comunicazione animale appare inevitabilmente come un fenomeno inferiore. Ma se si adotta una prospettiva più ampia, che includa diversi sistemi semiotici, allora emergono nuove possibilità interpretative. La comunicazione, infatti, è una caratteristica fondamentale della vita, che si realizza attraverso molteplici modalità: suoni, segnali visivi, odori, contatto fisico, comportamenti ritualizzati. In questo senso, il linguaggio umano rappresenta una forma altamente specializzata di un fenomeno più generale, non un’eccezione assoluta. Altrettanto interessante, oltre al confronto tra i sistemi comunicativi umano e animale, è la direzione di ricerca che si occupa della comunicazione interspecifica, cioè delle interazioni comunicative tra esseri umani e altre specie. Il caso del cane è particolarmente significativo: nel corso della domesticazione, i cani hanno sviluppato competenze comunicative che li rendono estremamente sensibili ai segnali umani, seguono lo sguardo, interpretano i gesti, riconoscono l’intenzionalità comunicativa. Queste capacità non sono semplicemente il risultato dell’addestramento, ma il prodotto di un lungo processo di coevoluzione. Allo stesso tempo, anche gli esseri umani modificano il proprio comportamento comunicativo. Quando parlano con un cane, utilizzano una varietà linguistica specifica, caratterizzata da intonazioni più alte, maggiore espressività e strutture sintattiche semplificate. Questo fenomeno, noto come dog-directed speech, mostra come la comunicazione interspecifica sia il risultato di un adattamento reciproco. Si tratta, dunque, di una vera e propria co-costruzione comunicativa, in cui entrambe le specie partecipano attivamente.
Negli ultimi anni, la ricerca sulla comunicazione uomo-cane ha conosciuto un’accelerazione significativa, grazie all’integrazione di metodologie provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia comparata e dalle scienze cognitive. Studi recenti hanno mostrato, ad esempio, che l’interazione vocale tra umani e cani non è un processo unidirezionale, ma un adattamento reciproco: gli esseri umani modulano il ritmo e la prosodia del parlato per renderlo più compatibile con le capacità percettive dei cani. Parallelamente, numerose ricerche hanno evidenziato il ruolo centrale dello sguardo come dispositivo comunicativo interspecifico, mostrando che i cani possiedono una predisposizione precoce a utilizzare e interpretare segnali referenziali umani.
Un ulteriore sviluppo riguarda lo studio della comunicazione intenzionale: i cani non si limitano a reagire a stimoli, ma producono segnali orientati all’altro, combinando sguardi, posture e comportamenti in modo flessibile. A ciò si aggiungono dati sempre più convincenti sulla sincronizzazione emotiva e neurale tra umani e cani, che suggeriscono l’esistenza di una dimensione affettiva condivisa alla base della comunicazione. Infine, alcune ricerche esplorano la possibilità che i cani sviluppino forme rudimentali di competenza lessicale, aprendosi a scenari che mettono ulteriormente in discussione la rigidità del confine tra linguaggio umano e comunicazione animale. Quindi riflettere sulla comunicazione animale significa anche interrogarsi sul nostro rapporto con le altre specie. Se gli animali comunicano, se esprimono stati interni, se partecipano a forme di interazione significativa, allora è più difficile considerarli come specie inferiori e prive di sensibilità; ne consegue che lo studio della comunicazione interspecifica è strettamente connesso a questioni etiche e politiche, come il riconoscimento dei diritti degli animali e la critica dell’antropocentrismo. Comprendere i linguaggi degli animali significa anche riconoscerne la dignità e la complessità.
In conclusione, la comunicazione animale è tornata al centro dell’interesse scientifico, non solo come oggetto di studio autonomo, ma anche come strumento per comprendere meglio il linguaggio umano. Il confronto con altri sistemi comunicativi consente di mettere in discussione alcune certezze e di ampliare il nostro sguardo. Forse, allora, la domanda non è più se gli animali possano comunicare, ma se siamo disposti a riconoscere le forme di comunicazione che non coincidono con le nostre. La scena iniziale — il cane che inclina la testa — non è un’anomalia né una proiezione antropomorfica; è un esempio quotidiano di comunicazione interspecifica, un invito, forse, a riconsiderare i confini del linguaggio e, insieme, i confini della nostra stessa idea di umanità.
Per approfondire
Ben Aderet, Tobey, Gallego-Abenza, Mario, Reby, David & Nicolas Mathevon. 2017. Dog-directed speech: why do we use it and do dogs pay attention to it? Proceedings Biological Sciences 284 (1846). DOI: 10.1098/rspb.2016.2429.
Bray, E.Emily, Gnanadesikan, E. Gitanjali, Horschler, J. Daniel, Levy, M. Kerinne, Kennedy, S. Brenda, Famula, R. Thomas & Evan MacLean. 2021. Early-emerging and highly heritable sensitivity to human communication in dogs. Current Biology 31 (14). 3132-3136. https://doi.org/10.1016/j.cub.2021.04.055
Déaux, C. Eloïse, Piette, Théophane, Gaunet, Florence, Legou, Thierry, Arnal, Luc & Anne-Lise Giraud. 2024. Dog–human vocal interactions match dogs’ sensory-motor tuning. PLoS Biol 22(10). https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3002789
Fiorentino, Giuliana. 2023. Stato dell’arte sulla comunicazione animale in Italia con particolare attenzione alla comunicazione interspecifica uomo-cane. In Giuliana Fiorentino & Lorenzo Scillitani (a cura di), Comunicazione animale e comunicazione interspecifica in un quadro multidisciplinare. Nuovo Meridionalismo Studi, IX (17).
Kaminski, Juliane, Schulz, Linda & Michael Tomasello. 2012. How dogs know when communication is intended for them. Developmental Science 15(2). 222–232. DOI: 10.1111/j.1467-7687.2011.01120.x.
Koyasu, Hikari, Kikusui, Takefumi, Takagi, Saho & Miho Nagasawa. 2020. The gaze communication between dogs/cats and humans: recent research review and future directions. Frontiers in Psychology 11; https://doi.org/10.3389/fpsyg.2020.613512
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