Elena Di Giovanni
Università di Macerata
Le grandi rivoluzioni sociali e culturali che la storia ha registrato nel corso dei secoli sono spesso misurate in termini di numeri, immagini e parole. La complessa, disomogenea e tuttora estremamente dinamica rivoluzione legata al concetto e alla percezione della disabilità nel mondo è perfettamente incarnata da importanti mutamenti lessicali, affiancati da significativi cambiamenti di natura iconica.
A partire dall’inizio di questo secolo, su impulso di importanti organismi internazionali, tra cui in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le Nazioni Unite (ONU), gli sguardi sulla disabilità e i riferimenti alla stessa sono radicalmente cambiati – e questi cambiamenti sono tuttora in evoluzione.
Alla base di quella che possiamo definire una vera e propria rivoluzione paradigmatica vi è la volontà, sostenuta in prima istanza dai suddetti organismi internazionali, di superare una visione sostanzialmente clinica della disabilità, per promuoverne una di matrice sociale. In altri termini, la disabilità oggi non deve più essere considerata come una malattia, ovvero una patologia più o meno grave e permanente riferibile a pochi (sfortunati) individui, ma piuttosto come una condizione che può riguardare chiunque, anche in forma temporanea o situazionale.
In questa prospettiva si inserisce la International Classification of Functioning, Disability and Health elaborata dall’OMS, che pone in relazione le diverse tipologie di disabilità con le esigenze reali di vita quotidiana e interazione sociale. Questa rivoluzione paradigmatica promossa dall’OMS è stata rafforzata e fortemente sostenuta dalla Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità adottata nel 2006 e ratificata da 192 Stati. La Convenzione pone al centro la persona, con le sue diverse esigenze e abilità, affermando che sono di fatto le società, i Paesi, le città e tutti gli ambienti di vita a doversi adattare alla pluralità della condizione umana e non viceversa.
In questo contesto si inserisce la rivoluzione lessicale tuttora in divenire: termini di matrice clinico-patologica come “handicappato”, “invalido” o “diversamente abile” devono essere abbandonati a favore di termini ed espressioni che, come già ricordato, pongono al centro la persona. Si parla quindi, oggi, di “persona con disabilità” eventualmente specificandone la tipologia (visiva, uditiva, motoria, intellettiva, ecc.) ma sempre rispettando l’approccio definito dal cosiddetto linguaggio people-first. A questo proposito, l’idea di impiegare un linguaggio che ponga al centro la persona e non le sue limitazioni si è diffusa a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti e ha trovato la sua prima codifica ufficiale sul settimanale americano Business Week nel 1988 e subito dopo nel National Affordable Housing Act pubblicato negli USA nel mese di giugno del 1989, che tra le sue premesse specifica: “We join with many of our fellow advocacy organizations in emphasizing the importance of using ‘people first’ language throughout the Act”.
In tempi più recenti e passando in maniera più specifica al contesto italiano, le raccomandazioni formulate da Anffas nel prezioso fascicolo dedicato alle Parole Giuste, tempestivamente ripreso e sostenuto dal Ministero per le Disabilità, prevedono che termini come “handicap” e i suoi derivati possano essere impiegati unicamente se necessari per richiamare leggi e disposizioni emesse in passato e dovrebbero essere citati tra virgolette, proprio al fine di evidenziarne l’eccezionalità e la desuetudine. Lo stesso fascicolo raccomanda esplicitamente di evitare locuzioni come “affetto da”, “vittima di” o “soffre di”, che portano con sé connotazioni chiaramente negative, perpetrando visioni ghettizzanti e stigmatizzanti.
Più in generale, la rivoluzione linguistico-semantica qui delineata prevede sostanzialmente l’abbandono di espressioni implicitamente o esplicitamente negative e privative, a favore di altre che mettano in evidenza la centralità e unicità di ciascun individuo. A questo proposito, è significativo che nella succitata espressione generica (persona con disabilità) e nei suoi derivati, accanto alla parola “persona” compaia una preposizione che aggiunge anziché sottrarre: la persona cieca è con disabilità visiva, quella sorda è con disabilità uditiva. Altrettanto significativa in questo senso è la tendenza a eliminare espressioni come “non vedente o “non udente”, per privilegiare l’uso di termini più semplicemente referenziali e non privativi: persona cieca, persona sorda.
In modo analogo, per riferirsi alla disabilità motoria si osserva oggi un cambiamento terminologico importante, per il quale si tende sempre più ad abbandonare l’uso di termini come “carrozzina” o “carrozzella” in favore di espressioni più neutrali, come “sedia a ruote”. Una persona che utilizza questo ausilio è, quindi, definita “persona su sedia a ruote”, eliminando contestualmente anche il riferimento apparentemente vezzeggiativo alle rotelle.
A questo punto, non si può non rimarcare il fatto che questo nuovo modo di pensare e parlare della disabilità si porti dietro anche un’importante neutralizzazione in termini di genere: l’uso di persona non richiede alcuna specificazione in tal senso, analogamente a quanto accade in lingua inglese. Come già accennato, è proprio dalla lingua inglese che hanno avuto origine tutte le rivoluzioni semantiche e lessicali qui brevemente riportate: è evidente che gli organismi e le associazioni internazionali si siano confrontati inizialmente comunicando e lavorando sulla lingua inglese, per poi sollecitare il progressivo adattamento delle altre lingue, in particolare quelle europee. Inoltre, non è certamente casuale che per la lingua inglese si sia scelto di utilizzare person anche nella forma plurale, a scapito del più comune people: persons si riferisce di fatto sempre a individui distinti, di cui l’uso del termine richiama l’unicità e l’identità, laddove people funge di norma da plurale generico, nel quale le individualità si fondono e si confondono.
Sul piano della comunicazione non verbale, è significativo il rinnovamento del simbolo utilizzato a livello internazionale per indicare la disabilità. Nel 2015, la divisione di Graphic Design del Dipartimento dell’Informazione Pubblica delle Nazioni Unite ha sviluppato un nuovo logo, che è stato sottoposto a diverse revisioni prima della sua approvazione definitiva. Il nuovo simbolo, oggi sempre più diffuso seppur senza carattere di obbligatorietà, sostituisce quello a noi ancora ben noto che ritrae un uomo stilizzato seduto su una sedia a ruote, in posizione statica. Il logo approvato nel 2015, invece, ritrae un essere umano anch’esso stilizzato, inserito in un cerchio che vuole esprimere l’armonia tra tutte le persone nonostante la loro diversità. Questa figura è chiaramente ispirata all’Uomo di Vitruvio di Leonardo da Vinci, di cui tuttavia perde i tratti maschili per acquisire, alle estremità di braccia e gambe, delle piccole sfere anch’esse volte a sottolineare dinamismo, circolarità e molteplici potenzialità.
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Grazie a queste nuove visioni e modalità espressive, acquista ulteriore centralità il noto motto “Nothing about us without us” (Charlton, 1998), per il quale non solo la disabilità va riconosciuta e valorizzata, ma le persone con disabilità devono essere integrate stabilmente nella progettazione e creazione di spazi e servizi che siano sempre più inclusivi e rispettosi delle diverse esigenze, situazionali o permanenti.
Alla base delle rivoluzioni sostenute dagli organismi internazionali, in particolare dalla Convenzione ONU del 2006, c’è di fatto un cambio di passo non solo nella visione della disabilità e nel modo di definirla, ma anche nel ruolo che le persone con diverse abilità possono e devono avere, nel costruire e ricostruire le società. I principi del design universale, di fatto, sono profondamente integrati nella Convenzione ONU, il cui Articolo 2 li definisce fondanti per l’intero documento e le sue derivazioni. Ad oggi, i principi del design universale sono molto spesso invocati in relazione alla disabilità e all’accessibilità, concetto quest’ultimo che la disabilità inevitabilmente porta con sé.
Appare quindi evidente, anche attraverso questa sintetica panoramica, che le rivoluzioni sociali e culturali siano sempre scandite, di pari passo, da rivoluzioni lessicali che mirano a ricodificare il mondo in termini nuovi, più consoni, più rispettosi dei tempi, delle mutate esigenze e delle persone. Pur restando consapevoli delle numerose difficoltà che le persone con disabilità incontrano ogni giorno nella vita quotidiana, oggi come ieri, si auspica un progressivo e costante miglioramento su tutti i fronti, sostenuto e valorizzato da parole nuove sempre più inclusive.
Per approfondire
Anffas, Le Parole Giuste, https://www.anffas.net/dld/files/LE%20PAROLE%20GIUSTE(1).pdf.
Charlton, J. I. (1998) Nothing about us without us. Disability oppression and empowerment, University of California Press, Berkeley.
Di Giovanni, E. (2025) “Disability, Accessibility and Inclusion in the Arts: Changing Paradigms and Practices”, in Culture, 2(1): https://www.mdpi.com/3042-8165/2/1/1.
ONU, Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità: https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/disabilita-e-non-autosufficienza/focus-on/Convenzione-ONU/Documents/Convenzione%20ONU.pdf .
National Affordable Housing Act (1989): https://www.congress.gov/bill/101st-congress/senate-bill/566/text/rs.
WHO, definizione della disabilità in lingua inglese: https://www.who.int/health-topics/disability#tab=tab_1.
Wright, B. A. (1960). Physical disability: A psychological approach. New York: Harper & Row.
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