Yahis Martari
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Una volta a lezione prendevo in giro Vasco Rossi perché nella tracklist de “Il mondo che vorrei” (2008) aveva tutti i titoli fatti con pronomi personali e inanellava nello stesso disco Gioca con me, E adesso che tocca a me, Dimmelo te, Cosa importa a me, Non vivo senza te, Ho bisogno di te (giuro, controllate qui).
A guardare bene l’elenco dei trenta titoli di Sanremo 2026 troviamo che i sintagmi con me e per sempre compaiono ognuno nei titoli di due canzoni: Ora e per sempre di Raf e Per sempre sì di Sal Da Vinci – a cui si aggiunge anche un Ti penso sempre di Chiello; Resta con me delle Bambole di pezza e Qui con me di Serena Brancale – a cui si aggiungono Il meglio di me di Francesco Renga e Le cose che non sai di me di Mara Sattei. E Michele Bravi e Nayt titolano rispettivamente Prima che e Prima o poi. E anche la trilogia di titoli con paroloni monorematici Ossessione, Opera, Labirinto, così nudi e crudi, uno dietro l’altro, senza articolo – è solo un’impressione – conferisce complessivamente alla scaletta sanremese una certa atmosfera di serialità.
Vagamente infastidito da questa sensazione – come quando entrando in un negozio si viene accolti da un odore di stantio – la seconda cosa che ho fatto è stata mettere tutti i testi in un detector e verificare quale percentuale dei testi risultasse con qualche probabilità scritta dall’AI. La terza cosa è stata chiedere a Chat GPT quale percentuale dei testi fosse opera sua. Speravo di scoprire qualcosa di utile ma invece non ho scoperto niente. Quindi ho proceduto come per lo scorso Sanremo.
Come nel 2025, ho quindi creato un piccolo corpus (che potete trovare qui) e mi accingo ad analizzarlo. Partendo da un dato quantitativo: le 29 canzoni dello scorso anno avevano complessivamente 6881 parole, le 30 canzoni di quest’anno hanno 9306 parole. Più materiale linguistico, quindi, al netto di ripetizioni ecc. Una bella differenza, che prometterebbe di osservare fenomeni peculiari e forse nuovi. Invece no.
Come nel 2025, le canzoni sono impostate in modo perlopiù dialogico e domina la focalizzazione interna con un quasi onnipresente io narrante: le allocuzioni dirette sono presenti in 28 su 30 brani – fanno eccezione solo Ogni volta che non so volare e Opera. Per sempre sì e Animali notturni, per dire, contano complessivamente 13 occorrenze del sintagma io e te, se non fosse chiaro tra chi è il dialogo.
Come nel 2025, dominano la paratassi e la coordinazione, e la subordinazione è presente in alcuni testi con una tessitura più complessa. È notevole, tuttavia, nella sempiterna vocazione all’oralità (che da quasi ottant’anni fa da contraltare a una inestirpabile eredità lirica e operettistica), per la sintassi la presenza di frasi scisse (Non è che voglio litigare di Ditonellapiaga, e è che sei bella come una bugia di Luché) e del che polivalente (una notte che non ho paura di Arisa; ma il più bello è l’incipit di Nigiotti che dice tardi che non è più solo notte), oltre che della dislocazione a sinistra (’sto paese lo capisci da un cantiere, santi in paradiso non ce n’è, quando vai mica lo sai, tutte in J-Ax).
E ancora, per la morfosintassi, il pronome oggetto per il soggetto Io chi sono, chi sei te? di Nayt e, a controcanto, il sonoro a me mi di AI e Stupida sfortuna, oltre al ci attualizzante di Nigotti e Nayt. Tutta roba che serve per imitare la varietà del parlato, quindi scritta se non proprio intenzionalmente almeno con consapevolezza. Meno consapevole, invece, è con tutta probabilità il cambio di genere di un eco lontano di Raf. Per la morfologia sono notevoli il dimostrativo ’sto di J-Ax (’sto momento, ’sto paese) e la forma tronca del verbo abbiam in Naturale. È in questo rimarchevole (e vagamente creativo) il plurale di Sanremo di Fulminacci che canta E passeranno classifiche e Sanremi.
Come nel 2025, sempre in linea con il prevedibile andamento (anche) colloquiale e nient’affatto subordinativo dei testi, prevale il modo indicativo ed è assai più raro il congiuntivo. Per i feticisti: 1487 attestazioni vs 32. Queste ultime sparse in costrutti ipotetici (Se ti portassi via, Se mi stessi accanto in Qui con me), dopo verba putandi (Credo abbia sbagliato in Prima che); e sia è la forma più usata, con 9 attestazioni. Poi ci sono parecchi (63) – più o meno convinti e convincenti – imperativi e congiuntivi esortativi: per esempio chiudi gli occhi (in Magica favola), resta con me (in Resta con me), dimmi che hai troppe cose da dire (in Uomo che cade), ignora la parola fine (in Animali notturni) e, perché no, andale (in Ossessione).
Le interrogative dirette sono quest’anno molto presenti: per l’esattezza in otto brani – AI, Che fastidio!, Stupida sfortuna, Sei tu, Le cose che non sai di me, La felicità e basta, Prima che, Tu mi piaci tanto – e in molti i casi rappresentano una cifra stilistica costitutiva dei rispettivi testi. Si contano anche 37 esclamazioni con tanto di punto esclamativo, ma sono tutte (che sorpresa!) in Che fastidio!, a eccezione di una presente in La felicità e basta.
Come nel 2025, è rimarchevole (ma anche atteso, ovvio, qualche volta sfinente) il lessico delle emozioni (soprattutto negative: dolore, paura, ansia, insicurezza esistenziale e sociale) nel quale sovraneggia l’amore che, come da tradizione, si conferma la parola più ricorrente: 65 volte – amore 44, (dis)innamorarsi 5, amare 16. Come sempre in tante salse: amore passionale, affranto, variamente disgraziato, tossico (e, nel caso di Raf, molto molto maturo). Il tutto corredato complessivamente da 14 attestazioni di cuore.
Come nel 2025, osserviamo la presenza di alcuni forestierismi. E troviamo (solo nel testo cantato da Samurai Jay) una manciata di terribili ispanismi d’occasione: il già citato andale, noche de sexo, bailando con tigo asì. Dio ci perdoni se ci rifiutiamo di annoverare chic e voilà di Elettra Lamborghini tra i francesismi (ma tanto ormai l’abbiamo fatto). E poi qualche inevitabile anglismo diffuso: J-Ax con password, Starter Pack, wi-fi, poi Nayt con post e like, Samurai Jey con feeling, Dargen D’Amico con bye-bye e password, Elettra Lamborghini e Maria Antonietta & Colombre con I love you (la prima dice anche hard).
Una menzione a parte quest’anno spetta a J-Ax che tiene sempre spalancata la porta sul lessico dell’oralità e che detiene il record di gergalismi e giovanilismi (si fa per dire, perché è spesso roba già parecchio vecchia) e dei giochi di parole (che è poi la ricetta del rap italiano divertente): tra i primi essere fuori, finire dentro, santi in paradiso, coro da stadio, canzone che fa, serve un po’ di culo, fa niente, ti passo la canna, fa la benza, facciamoci una botta; tra i secondi facciamoci una botta di felicità, ti passo la canna del gas (questo piacerà a tutti), figli di mammà. Anche Fedez e Masini dal canto loro sciorinano un certo ventaglio di modi di dire (toccando il fondo, se la faceva con, finisce che), e anche Raf dà qualche contributo alle forme espressive dell’oralità (il tempo ti sta una meraviglia).
Come nel 2025 il dialetto si affaccia raramente ed è questa volta esclusivamente napoletano; perché Serena Brancale – in gara anche quest’anno – ha forse già smesso di credere nel Salentino: ossaje che è una tarantella si nun ce putimm verè (in Poesie clandestine), accussì / sarrà pe sempe sì (in Per sempre sì), marò che pena (in Ossessione).
Stupida di Fulminacci è, insieme a un culo ripetuto varie volte da J-Ax, al bastardo di Eddie Brock, allo stronzo di Nigiotti, al fottuto di Chiello e al fotte di Tredici Pietro, una delle pochissime disfemie (parolacce) di questa castissima edizione di Sanremo. Che pochissime evidentemente invece non sono – al contrario di quello che è stato scritto altrove, per esempio qui.
Le parole “colte” non solo certamente molte (ma qui poi bisognerebbe pure intendersi su cosa, a questo punto, sia davvero un lessico “colto”). Forse catartico in Poesie clandestine, che dice anche frenesia, avvolgente; e forse il testo di Levante che usa l’aggettivo valente e il verbo lacrimare in modo transitivo nel verso lacrimeresti tutto il mio stupore.
Come nel 2025, rispetto alle tematiche, è quasi tutto amore, con le attese, coscienziose, immancabili eccezioni. Che fastidio!, Italian Starter Pack, Tu mi piaci tanto, AI rappresentano la quota dovuta di satira (più o meno satira) sociale (più o meno sociale) con il lessico che rispecchia uno spaccato sempre poco edificante dell’Italia dei “furbetti”, dei “tronisti”, dei “perbenisti”. Assai meno satiriche sono le canzoni (tuttavia anche quelle in quota fissa) di impegno sociale (Stella Stellina di Ermal Meta sull’uccisione di una bambina a Gaza) e di intimismo ostentatamente autoriale (Ogni volta che non so volare di Enrico Nigiotti).
Come nel 2025, troviamo un certo numero di citazioni – credo – consapevoli. Ad esempio, “Se bastasse una sola canzone” (cit. di Eros Ramazzotti) in Poesie clandestine, “Andamento lento” (cit. di Tullio De Piscopo) in Ossessione, “Nessun dorma” (cit. di Puccini) in Voilà, “Stella stellina / La notte si avvicina” (cit. di Lina Schwarz) in Stella Stellina. E poi il riferimento esplicito al Vangelo in AI. E qualche personaggio famoso: “Fedez” citato dallo stesso Fedez, poi “Cannavaro” (nel testo di Sayf), “Valentino” (nel testo di Maria Antonietta & Colombre), “Battisti” (nel testo di Michele Bravi).
Come nel 2025, non possono mancare ovviamente le figure retoriche; innanzitutto le metafore più o meno acclimatate nella lingua comune: la strada è una giungla (Animali notturni), siamo polvere sui mobili (Labirinto), il cuore in gola (Resta con me); poi le similitudini: bella come una bugia (Labirinto), come animali notturni (Animali notturni), come un latitante a un passo dall’arresto (Male necessario), come una foglia sempre stata al vento (Resta con me). E sono presenti, anche se certamente meno frequenti, poi, altre figure di senso come l’ossimoro di solitari in compagnia (Opera), metropoli solitaria (Poesie clandestine) e silenzio che è un rumore (Male necessario) e come l’iperbole di scalerei la terra e il cielo / anche l’universo intero (Qui con me) e mi manchi da morire (Prima o poi).
Quasi tutto come nel 2025. Ecco. Lo so io e lo sappiamo tutti che le canzoni sono canzoni e non sono saggi né romanzi. E lo so io e lo sappiamo tutti che Sanremo è Sanremo (e mica il Lollapalooza). E quindi certe faccende te le devi aspettare sempre, tutte uguali, tutti gli anni. E poi la programmazione di una scaletta importante può facilmente portare a una sorta di “lottizzazione tematica”; ci sta. Però, uno spera sempre che ci siano anche delle cose speciali, magari brutte, ma speciali. Insomma, linguisticamente, mi manca l’infrazione alle regole col napoletano vero di Geolier a Saremo 2024, mi manca (e non è facile ammetterlo) Damiano dei Måneskin che nel 2021 ci apostrofava con “vi conviene toccarvi i coglioni”; mi manca lo sforzo mimetico di Minchia signor tenente (di Giorgio Faletti nel 1994, esattamente trent’anni prima). E mi mancano persino le provocazioni demenziali di Chi chi chi co co co di Pippo Franco nel 1983 e soprattutto di Francesco Salvi, che nel 1989 cantava “con tutto quello che si sente in giro proviamo a far cantare gli animali veri”: Esatto!
Recensioni linguistiche su Sanremo 2026 che sono uscite prima di questa:
- https://www.adnkronos.com/spettacoli/sanremo-2026-i-testi-delle-canzoni-tra-cadute-paure-e-ferite-del-presente-il-racconto-di-unitalia-fragile_4o91AKQXvk6oBKjthfLsOc
- https://sapere.virgilio.it/scuola/mondo-scuola/testi-canzoni-sanremo-2026-l-analisi-e-le-parole-piu-usate
- https://www.vanityfair.it/article/sanremo-2026-testi-canzoni-analisi
- https://www.iodonna.it/spettacoli/musica/2026/02/19/sanremo-2026-testi-canzoni-significato/
- https://www.open.online/2026/02/18/festival-sanremo-2026-tutti-testi-canzoni-in-gara/
- https://www.cosmopolitan.com/it/lifecoach/news-attualita/a70418233/analisi-testi-canzoni-sanremo-2026-amore/
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