Miriam Voghera
Università degli Studi di Salerno
L’otto febbraio scorso è morto, all’età di 91 anni, Giulio C. Lepschy, studioso di grande fama di linguistica generale, linguistica italiana e dialettologia, storia della lingua italiana e storia della linguistica. Nasce nel 1935 a Venezia, a cui sarà sempre legato e in cui soggiornerà regolarmente non solo perché luogo dei suoi affetti più cari, ma anche perché parte essenziale della sua identità personale e culturale. Normalista, dopo periodi di studio a Zurigo, Parigi, Oxford e Londra, si stabilisce nel Regno Unito. Pur avendo vinto nel 1967, insieme a Luigi Rosiello e Tullio De Mauro, il primo concorso di Linguistica generale svolto in Italia, preferisce rimanere nel Regno Unito, dove vivrà tutta la vita, anche se i rapporti con il mondo accademico italiano saranno assidui e intensi. Già nel 1966 aveva, infatti, fatto parte del comitato promotore per la costituzione della Società di Linguistica Italiana, che nascerà nel 1967.
Insegna nel Dipartimento di Italian Studies dell’Università di Reading dal 1964 fino al 2000, anno in cui diventa professore Emerito. Qui insieme a Luigi Meneghello costruisce uno dei Dipartimenti più prestigiosi di studi italiani, non solo linguistici. Nel 1987 viene nominato membro della British Academy, che nel 2000 lo insignisce della medaglia Serena, assegnata per meriti eccezionali nel campo della promozione degli studi italiani. Professore onorario allo University College di Londra e Visiting Research Fellow all’Università di Cambridge, dal 2000 è anche professore onorario del Dipartimento di italiano dell’Università di Toronto, dove insegnerà per dieci anni insieme alla moglie Anna Laura Lepschy Momigliano, importante studiosa di letteratura italiana e linguistica italiana, a sua volta vincitrice della medaglia Serena nel 2010 e direttrice per molti anni del Dipartimento di Studi italiani di University College di Londra. Nel 1991 Giulio Lepschy diventa socio dell’Accademia della Crusca e Accademico ordinario nel 2010.
Giulio Lepschy era un uomo di straordinario e immenso sapere, che eccelleva nella conoscenza tanto della cultura e delle lingue classiche quanto della cultura e delle lingue moderne. Tuttavia sarebbe un errore dare di lui l’immagine di un erudito, concentrato solo sullo studio e chiuso tra i libri. Certo, amava i libri, di cui non si stancava mai. Tutti i giorni in cui non aveva impegni, studiava nella British Library insieme a sua moglie e anche la loro casa, oggi ancora abitata da Anna Laura, è una sorta di biblioteca per la quantità di materiale librario che contiene. Non c’è stanza, cucina compresa, che non abbia una libreria in cui si può trovare di tutto: dizionari di moltissime lingue, libri e riviste di linguistica e di letteratura, non solo italiana naturalmente, cataloghi di mostre di ogni dove, libri di storia e storia dell’arte, moltissima narrativa non solo colta, gialli ecc.
Ma, dicevamo, Lepschy era tutt’altro che estraneo al mondo, al contrario partecipava con grande empatia alla vita politica e sociale in cui era immerso. Nonostante fosse schivo, era un grande conversatore, che, con un garbo d’altri tempi, riusciva ad entrare facilmente e con piacere in relazione con gli altri. Il suo humour, la sua capacità di inserirsi anche con riferimenti colti senza mai mettersi al di sopra del proprio interlocutore, metteva a proprio agio chiunque e, naturalmente, le sue studentesse e i suoi studenti.
L’attività didattica di Giulio merita uno spazio speciale perché rivela un altro tratto essenziale della sua personalità: la generosità. Quando sono arrivata all’Università di Reading nel 1986 per iniziare il Ph.D, ho scoperto non solo che studentesse e studenti lo adoravano, ma che esisteva una fanzine a lui dedicata. Direi che se è giusto ricordare Giulio Lepschy per le sue opere scientifiche, è altrettanto giusto ricordarlo come professore, sempre disponibile e dalle capacità straordinarie. Soleva dire che nessun argomento linguistico è veramente noioso quando lo approfondisci. Ed effettivamente le sue lezioni assomigliavano ad una specie di lenta, ma inesorabile, affabulazione, attraverso cui sapeva presentarti questioni e dati anche complessi con rigore e semplicità insieme. Ne uscivi con quella sensazione di piena soddisfazione, che solo l’aver capito veramente qualcosa ti può dare. Insomma, sapeva offrire a studentesse e studenti, dottorande e dottorandi gli strumenti per affrontare tanto questioni teoriche quanto descrittive, che grazie ai suoi commenti e suggerimenti apparivano finalmente, se non risolte, accessibili. Del resto, Giulio non ha mancato di consigliare e suggerire soluzioni a colleghe e colleghi, di mezza Europa, e ha revisionato un’enorme quantità di lavori. Nigel Vincent ha recentemente ricordato una battuta che girava tra i colleghi “Di Giulio Lepschy esistono i lavori scritti da lui, curati da lui e i lavori commentati da lui”.
Negli ultimi anni della sua vita mi ha detto che aveva visto con stupore che tra libri, articoli, prefazioni, recensioni ecc. i suoi scritti erano cinquecento. E con l’autoironia che lo contraddistingueva, aveva commentato che era un numero esagerato. In realtà, è difficile trovare scritti di Giulio Lepschy superflui. Anche le recensioni, scritte per molte riviste scientifiche, ma anche per L’Indice e il Times Literary Supplement, includono sempre riflessioni che aprono lo sguardo a temi generali. Del resto, direi che tutta la sua opera è caratterizzata dalla capacità di affrontare argomenti anche apparentemente minuti, che, grazie alla sua capacità di collocarli in una visione d’insieme, illuminano questioni centrali delle teorie o dei sistemi linguistici.
Sebbene non sia possibile qui dar conto della sua vasta produzione, è importante sottolineare che in tutto il suo lavoro si avverte sempre l’intreccio tra la sua solida formazione filologica e la profonda conoscenza delle questioni teoriche e filosofiche connesse allo studio delle lingue. Nel 1966 esce per Einaudi La linguistica strutturale, un volume che verrà tradotto in moltissime lingue e che ancora oggi è un punto di riferimento irrinunciabile per chiunque voglia studiare l’argomento. Nel 1977 esce la prima raccolta di suoi saggi, Intorno a Saussure, in cui si alternano scritti teorici e altri volti a dare un quadro quanto più possibile preciso dell’ambiente accademico e culturale in cui Saussure svolgeva le sue lezioni. Sempre nel 1977 esce The Italian language today, scritto con Anna Laura Lepschy, un libro che in modo sintetico espone questioni centrali di sociolinguistica dell’italiano, storia della lingua, dialettologia e infine propone una grammatica di consultazione, che si rivolge anche ad apprendenti di italiano come lingua straniera. Nel 1981 ne esce per Bompiani una nuova edizione in italiano (La lingua italiana. Storia. Varietà dell’uso. Grammatica), in cui si ribadisce che lo scopo principale della grammatica proposta è quello di “presentare l’italiano colto, come viene effettivamente usato, parlando e scrivendo, piuttosto che come grammatiche e dizionari prescrivono che dovrebbe essere” (p.2). Alla fine degli anni Settanta del Novecento esce per il Mulino la prima raccolta di alcuni suoi Saggi di linguistica italiana (1977), cui seguiranno Mutamenti di prospettiva nella linguistica (1981), Nuovi saggi di linguistica italiana (1989), Sulla linguistica moderna (1989), che contiene una Bibliografia critica della linguistica (pp. 413-450) molto ricca e divisa per argomenti, Parole, parole, parole (2007). Altre raccolte escono per altri editori: L’amanuense analfabeta con Anna Laura Lepschy (Olschki, 1999) e Mother tongues and other reflections on the Italian language (University of Toronto Press, 2007). La produzione di Giulio Lepschy che, come abbiamo detto, è molto estesa, va molto al di là delle raccolte qui citate. Non è tuttavia casuale che il suo contributo scientifico è prevalentemente affidato ad articoli più che a opere monografiche. Il rigore, la precisione e chiarezza nello svolgimento delle sue tesi o descrizioni, la scrittura limpida e insieme essenziale, mai inutilmente ridondante, gli permettevano di svolgere temi anche difficili e innovativi in un numero relativamente breve di pagine.
Vi sono tuttavia due grandi opere a cui Lepschy si è dedicato. La prima è La storia della linguistica, in tre volumi, che cura per il Mulino ed esce nel 1990 (uscirà in inglese nel 1994). Si tratta di un’opera importante, alla quale chiama a collaborare alcuni tra le migliori studiose e studiosi dei periodi che vengono trattati. L’arco temporale è molto ampio e numerose sono le varie tradizioni culturali trattate. Come dichiara Lepschy nella Presentazione del primo volume, la Storia ha l’obiettivo “di ricostruire e capire epoche e tradizioni diverse nel loro contesto e in base ai loro valori e non per ciò che esse possano avere da dire a noi”; per questo motivo “nella nostra storia prevale un interesse storico-filologico per i fatti, le idee, piuttosto che per i problemi posti dalla ricerca storiografica” (pp. 17-18). Il Novecento è scritto dallo stesso Lepschy e uscirà anche come libro autonomo, che avrà molta fortuna.
La seconda grande opera cui si dedica è il Grande dizionario della lingua italiana (GRADIT) di Tullio De Mauro (I ed. 1999), al quale collabora per l’impostazione delle trascrizioni fonologiche dei lemmi, per la definizione dei criteri di individuazione delle parti del discorso e la distinzione delle varie accezioni dei lemmi. La collaborazione con De Mauro per il GRADIT non è che una delle tante testimonianze del continuo dialogo tra i due studiosi, che inizia già nei primi anni Sessanta del Novecento e prosegue per tutta la loro vita.[1]
Grande sapere, curiosità, generosità e disponibilità per studenti e colleghi, grande garbo e sensibilità, grande senso dello humour: Giulio Lepschy ha dato moltissimo alla linguistica e allo studio della lingua e della cultura italiana. Non è facile oggi individuare qualcuno che riunisca in sé tutte le sue doti scientifiche ed umane. Mancherà moltissimo a chi l’ha conosciuto, ma anche, credo, a chi lo ha letto e studiato.
[1] Una bella testimonianza del sodalizio tra De Mauro e Lepschy è in Tullio De Mauro (1991), La nascita della Società di Linguistica Italiana, in Alberto Varvaro (a cura di), La linguistica italiana oggi. Atti del XX Congresso della SLI, Anacapri, 3-5 ottobre 1988, Roma, Bulzoni, pp. 13-29.
0 Commenti
Lascia un commento